Atlante
Che cosa misurano gli elettrodi su una pianta
Due elettrodi su una foglia registrano una differenza di potenziale. Che cosa c’è in quel segnale, da Darwin alle piante che suonano, fino a Superstes.
La parola elettrodo l’ha messa in circolazione Michael Faraday nel 1834. Il Vocabolario Treccani ne ricorda la composizione, elettro- più -odo, dal greco hodos, la via: un elettrodo è il punto da cui la corrente entra in un materiale o ne esce. Parto da qui perché nelle installazioni con le piante l’elettrodo viene spesso presentato come un microfono, uno strumento che ascolta. L’etimologia suggerisce un’immagine più esatta, quella della porta. E quello che passa da una porta dipende da tutte e due le stanze che collega.
Un telegramma a Darwin
La misura più citata dell’Ottocento arriva da una pianta carnivora. Nell’estate del 1873 Charles Darwin, che in quegli anni studiava le piante insettivore, chiede al fisiologo John Burdon Sanderson di verificare se le foglie della Dionaea, la venere acchiappamosche, mostrino una variazione elettrica quando vengono stimolate. Il 12 settembre Sanderson annota nel diario di aver lavorato sui fenomeni elettrici della Dionaea e di aver telegrafato i risultati a Darwin. Il giorno dopo Darwin gli risponde da Down, nel Kent, che il risultato gli pare notevole, e gli suggerisce di provare con la Drosera. Le lettere sono trascritte e annotate dal Darwin Correspondence Project dell’Università di Cambridge.
Lo strumento era un galvanometro, lo stesso tipo di apparecchio con cui Emil du Bois-Reymond misurava gli impulsi nei nervi e nei muscoli degli animali. La pianta veniva interrogata con gli strumenti della fisiologia animale, e rispondeva. Da quel momento ogni volta che una foglia produce una curva su un tracciato siamo tentati di leggerla come si legge un elettrocardiogramma.
Che cosa passa davvero dalla porta
Un secolo e mezzo dopo, la fisiologia vegetale distingue diversi tipi di segnale. Una rassegna pubblicata nel 2017 su Frontiers in Physiology da Magdalena Szechyńska-Hebda, Maria Lewandowska e Stanisław Karpiński li mette in ordine. Il potenziale d’azione è una risposta del tipo tutto o niente, fra 10 e 80 millivolt, che può partire da un cambio di luce, dal freddo o da uno stimolo meccanico; si propaga nei tessuti a pochi millimetri al secondo e, nelle piante legnose, fino a 400. Il potenziale di variazione segue le ferite, il calore, le bruciature: è più lento, fra mezzo millimetro e cinque al secondo, e la sua ampiezza dipende dalla gravità del danno. Ci sono poi i potenziali locali, che restano dove nascono, e i potenziali di sistema, che si propagano dopo una lesione.
La stessa rassegna contiene un dettaglio che dovrebbe stare scritto accanto a ogni installazione. Un elettrodo appoggiato sulla superficie della foglia raccoglie una miscela di segnali, che arrivano dalle cellule di guardia degli stomi, dall’epidermide e dal mesofillo; e la curva registrata in superficie appare rovesciata rispetto a quella misurata dentro una cellula. Chi applica due elettrodi su una fronda registra un coro, e lo registra capovolto.
L’effetto Backster
Negli anni Sessanta la questione esce dai laboratori. Nel 1966 Cleve Backster, esperto di poligrafo che aveva lavorato per la CIA, collega un galvanometro a una foglia di dracena nel suo ufficio e racconta di aver visto un’impennata del tracciato nel momento in cui immaginava di darle fuoco. Nel 1973 The Secret Life of Plants di Peter Tompkins e Christopher Bird rende celebre la storia. Michael Pollan, sul New Yorker nel 2013, ricorda che diversi botanici hanno provato a riprodurre l’effetto Backster senza riuscirci.
Gli strumenti commerciali che oggi fanno suonare le piante misurano qualcosa di più modesto. PlantWave, di Data Garden, si descrive così: due sensori sulle foglie rilevano lievi variazioni della resistenza elettrica della pianta, il segnale viene disegnato come un’onda e tradotto in altezze di nota, che suonano strumenti preparati da un gruppo di sound designer. Misurare una resistenza vuol dire far passare una corrente minima fra due punti e osservare quanto fatica ad attraversare il tessuto, e questo dipende dallo stato della foglia come dal contatto degli elettrodi. È un dato reale sulla pianta. La scala, il timbro e gli strumenti li ha scelti chi ha scritto il software.
Un’orchestra in un arboreto
La dichiarazione più chiara che ho letto quest’anno arriva dalla Slovenia. All’Arboreto di Volčji Potok la Floral Orchestra, Cvetlični orkester, trasforma l’attività bioelettrica delle piante in paesaggi sonori con sensori, elettronica e sintetizzatori modulari; accanto a un ontano nero resta un’installazione sonora permanente. Lo racconta il portale ufficiale slovenia.si nel luglio 2026. Miha Godec, artista multimediale fra gli autori del progetto con il direttore creativo Miha Kačič, spiega che i segnali non si ascoltano direttamente: è la tecnologia a tradurli in suono, e quello che sentono i visitatori non è la voce di una pianta. Chi traduce, in altre parole, firma la traduzione.
Che cosa misura Superstes
Superstes, l’installazione di Matteo Basilé che lo studio ha sviluppato e prodotto per la mostra Magnifica Humanitas all’Istituto Italiano di Cultura di Parigi, parte dalla stessa porta. Due elettrodi sulle fronde di una felce, Osmunda regalis, e una registrazione di trentotto minuti fatta in studio, a Roma, nell’ottobre 2026. A riposo il segnale resta quasi fermo; al contatto di una mano sale di colpo e torna giù in sei, otto secondi. È un’osservazione, e così va presa. Il testo dell’artista dichiara le verifiche ancora da fare. A mio parere la prima riguarda proprio quel picco: distinguere la risposta della felce dall’effetto del contatto fra un corpo umano e il circuito.
Il resto è dichiarato come costruzione. Da quei minuti è nato un modello che immagina un periodo più lungo della vita della pianta, tenuto separato dai dati registrati. I segnali diventano suono, poi ritmo e trasformazione dei volti fotografati da Basilé, con un vocabolario di respiri e lacrime scelto dall’artista, che non attribuisce emozioni umane alla felce. L’opera sarà presentata il 12 novembre 2026, con il vernissage della mostra a cura di Antonio Calbi e Dominique Moulon.
Mi pare il modo corretto di mettere un elettrodo dentro un’opera: dire che cosa entra dalla porta e che cosa aggiunge chi sta dall’altra parte. Nel 1902 Jagadish Chandra Bose intitolò un suo libro Response in the Living and Non-Living, perché aveva studiato la risposta elettrica anche nei metalli. L’elettrodo, da solo, non distingue il vivo dal non vivo. Lo distingue chi legge la curva, e il modo in cui racconta di averla letta.
Fonti
- Vocabolario Treccani, «elettrodo» (si apre in una nuova scheda)
- Darwin Correspondence Project, lettera di Charles Darwin a J. S. Burdon Sanderson, 13 settembre [1873], DCP-LETT-9055 (si apre in una nuova scheda)
- M. Szechyńska-Hebda, M. Lewandowska, S. Karpiński, «Electrical Signaling, Photosynthesis and Systemic Acquired Acclimation», Frontiers in Physiology 8, 2017 (si apre in una nuova scheda)
- M. Pollan, «The Intelligent Plant», The New Yorker, 23 dicembre 2013 (si apre in una nuova scheda)
- Data Garden, «Introducing PlantWave», 11 gennaio 2021 (si apre in una nuova scheda)
- P. Prešeren, «What do plants sound like?», slovenia.si, 16 luglio 2026 (si apre in una nuova scheda)
- J. C. Bose, Response in the Living and Non-Living, Longmans, Green and Co., 1902
- ArtistProof, Superstes, scheda del lavoro (si apre in una nuova scheda)
Crediti
Immagini: Matteo Basilé, Superstes, progetto dell’allestimento per Magnifica Humanitas, 2026. Sviluppo e produzione dell’opera: ArtistProof.


